C’è un istante, all’inizio di ogni percorso schermistico, in cui il corpo tradisce sé stesso. La mano stringe troppo, le spalle si sollevano, i piedi sembrano dimenticare come ci si muove, e quel gesto che il maestro ha appena mostrato con naturalezza disarmante, diventa improvvisamente goffo, contratto e irriconoscibile. È un’esperienza che ogni schermidore ha vissuto, nessuno escluso, perché la scherma chiede al corpo movimenti che nella vita quotidiana non compie mai, e proprio per questo i primi mesi sulla pedana sono fatti tanto di scoperte, quanto di errori.
Nella nostra esperienza di insegnamento – e in quella pluriennale del Maestro Paolo Diana, che guida la formazione tecnica nelle nostre sale -, abbiamo imparato che questi errori non sono casuali né segno di scarsa attitudine: sono tappe quasi obbligate, le stesse che si ripresentano di generazione in generazione di allievi. Conoscerle in anticipo non le elimina, ma permette di attraversarle più in fretta e con maggiore consapevolezza.
Gli errori della tecnica di base di scherma
Il primo gruppo di errori riguarda le fondamenta, ed è il più insidioso proprio perché si annida nei gesti che sembrano più semplici.
L’impugnatura scorretta è quasi sempre il punto di partenza. L’arma schermistica si governa con la sensibilità delle dita e del polso, non con la potenza del braccio, e una presa eccessiva irrigidisce tutta la catena del movimento, sottraendo precisione alla punta. «L’arma non si stringe, si ascolta», sottolinea il Maestro Paolo Diana, «l’istinto, di fronte a quella che la mente percepisce come un’arma, è stringere con tutta la forza del pugno; un riflesso comprensibile, ma profondamente controproducente», con l’allievo che deve imparare a tenere l’arma con fermezza misurata, quel giusto equilibrio tra controllo e leggerezza che è il primo, vero segno di maturità tecnica.
Strettamente legato all’impugnatura, è l’errore della guardia sbagliata: spalle tese e sollevate, baricentro troppo alto e peso mal distribuito sui piedi. La tensione dell’apprendimento tende a scaricarsi proprio nelle spalle, e una posizione ancora innaturale fatica a diventare automatismo. Eppure, la guardia è la radice di tutto: una guardia rigida o squilibrata compromette ogni azione che ne deriva, mentre una guardia rilassata e pronta (ginocchia morbidamente piegate, busto eretto ma sciolto, peso in equilibrio) è la condizione perché tutto il resto funzioni.
Completa il quadro il movimento disordinato dei piedi, il cosiddetto footwork. Camminare è un gesto che tutti padroneggiano; spostarsi in guardia, mantenendo il controllo del piede anteriore senza incrociare o saltellare, è un’abilità del tutto nuova e contro-intuitiva. Richiede pazienza e ripetizione lenta, fino a quando il movimento non diventa invisibile alla mente: lo schermidore esperto non pensa ai propri piedi mentre tira, perché li ha educati a muoversi da soli.
Gli errori nell’esecuzione delle azioni
Superata la fase delle fondamenta, emerge un secondo ordine di errori, legato al modo in cui le azioni vengono costruite e portate a segno.
Il più diffuso è l’affondo prematuro: l’entusiasmo del principiante lo spinge a partire con tutto il corpo prima di aver creato una reale apertura nella difesa avversaria, come se l’affondo fosse l’azione “vera” della scherma, il suo momento culminante. In realtà l’affondo è una conclusione, non un inizio: va preparato, studiato e provocato attraverso il gioco delle lame e della distanza, tema che abbiamo approfondito nella nostra guida alla gestione della distanza nel fioretto. Si costruisce il punto, non lo si rincorre.
A questo si accompagna spesso la prevedibilità: quando un’azione riesce una volta, la tentazione di ripeterla identica è fortissima. Ma la pedana è un dialogo, e un dialogo fatto sempre delle stesse parole si fa leggere in un istante. L’avversario impara in fretta, e chi tira “a memoria” finisce per consegnargli ogni iniziativa. Imparare a variare, a disporre di più soluzioni per la medesima situazione, è ciò che distingue l’esecuzione meccanica da quella intelligente.
C’è infine la tendenza a trascurare la difesa, a concepire la scherma come pura offensiva dimenticando che metà del suo valore risiede nel saper parare. Attaccare è certamente più gratificante, e la parata appare a molti principianti un gesto passivo, quasi una rinuncia. È vero il contrario: come abbiamo raccontato nell’articolo dedicato alle parate e risposte, è dalla difesa che nasce la risposta, spesso il colpo più pulito dell’intero assalto. Chi sa difendersi tira senza paura, e chi tira senza paura attacca meglio.
Gli errori di mentalità e di approccio
Esiste poi una categoria di errori che non riguarda il gesto, ma l’atteggiamento con cui il principiante affronta il proprio percorso, ed è forse la più decisiva nel lungo periodo.
Il primo è la fretta di gareggiare, il desiderio di misurarsi in competizione prima di aver costruito le fondamenta. La gara seduce perché restituisce una soddisfazione immediata, quella che l’allenamento offre invece con tempi più lunghi. Ma l’allievo che si affretta verso la pedana di gara, accumula difetti che poi richiedono molta più fatica per essere disfatti. Crediamo che costruire schermidori solidi, destinati a durare negli anni, valga incomparabilmente più di una vittoria precoce bruciata troppo in fretta.
Vi è poi un errore tanto comune quanto sottovalutato: non ascoltare realmente durante la lezione. Mentre il maestro spiega o corregge, la mente del principiante è già proiettata all’assalto successivo, impaziente di “fare”. Eppure è proprio nella correzione che avviene l’apprendimento più profondo: una sola indicazione compresa fino in fondo vale più di cento ripetizioni eseguite male. I minuti in cui si ascolta sono i più preziosi di ogni lezione.
Infine, lo scoraggiamento dopo la sconfitta: all’inizio, si perde spesso, è inevitabile, e ogni stoccata subita rischia di essere vissuta come la conferma di non essere portati. È una lettura sbagliata: ogni assalto perso è una lezione gratuita, a patto di saperla interpretare. Nelle nostre sale insegniamo ad analizzare l’assalto perduto più ancora di quello vinto, perché è lì che si nasconde l’informazione utile a crescere. La scherma educa anche a questo, e forse è il suo insegnamento più prezioso, quello che travalica la pedana e accompagna l’allievo nella vita.

L’errore che riguarda il corpo
C’è un ultimo errore che merita una considerazione a sé, perché tocca la salute e la longevità sportiva dell’allievo: la sottovalutazione del riscaldamento e del defaticamento. Per iniziare prima la parte “divertente”, molti principianti tendono a saltare la preparazione iniziale e ad abbandonare la sala subito dopo l’ultimo assalto, senza concedere al corpo il giusto recupero. È un errore che presenta il conto nel tempo, perché gran parte degli infortuni nasce proprio da un corpo non preparato o non accompagnato gradualmente al riposo. Riscaldamento e defaticamento non sono un contorno accessorio, ma parte integrante dell’allenamento, ed entrano direttamente in quel lavoro su riflessi e velocità che rende lo schermidore efficace e, soprattutto, duraturo nel tempo.
Dall’errore alla competenza
Riconoscersi in alcuni di questi dieci errori non è motivo di scoraggiamento: è semplicemente la prova di essere all’inizio di un percorso, lo stesso che ogni schermidore ha attraversato prima di imparare a sentire l’arma come un prolungamento naturale del proprio corpo. Nessuno nasce sapendo tirare, e la differenza non la fa il talento di partenza, ma la qualità della guida che accompagna l’allievo attraverso questi passaggi.
È esattamente in questo spazio che si colloca il lavoro della nostra scuola. Nella tradizione formativa di Fratelli d’Armi, ciascuno di questi ostacoli non è un limite da nascondere, ma un gradino da salire, affrontato nella lezione individuale con il maestro e nel confronto quotidiano della sala d’armi. Accompagnare l’allievo dal primo gesto incerto fino alla sicurezza tecnica e mentale dello schermidore completo è, da sempre, il nostro mestiere: un percorso fatto di errori riconosciuti e corretti, uno dopo l’altro, fino a trasformarli nella misura stessa della propria crescita.




