C’è un pensiero che dovrebbe accompagnare chiunque impugni per la prima volta un’arma in una sala scherma di Trieste o di Gorizia: non sta semplicemente iniziando uno sport, ma entrando in una storia che, da questo lembo di terra tra le Alpi e l’Adriatico, ha attraversato l’intera Europa. Il territorio che oggi ospita le nostre sale d’armi, è stato, tra Ottocento e Novecento, uno dei crocevia della grande tradizione schermistica continentale, un luogo dove l’arte italiana della lama incontrò la cultura mitteleuropea e da cui partì un’influenza destinata a segnare la scherma di mezzo mondo.
Un crocevia dell’Impero
Per capire perché la scherma fiorì qui, occorre tornare all’epoca in cui Trieste e Gorizia appartenevano entrambe all’Impero austro-ungarico. Fino al 1918, i due centri facevano parte del cosiddetto Litorale austriaco, la regione amministrativa che comprendeva la città di Trieste con il suo circondario e la Contea di Gorizia e Gradisca. Trieste, in particolare, non era una città di provincia: negli ultimi decenni dell’Ottocento, era divenuta la quarta realtà urbana dell’intero Impero, dopo Vienna, Budapest e Praga, grazie al suo porto franco e a un commercio fiorente.
In un simile contesto cosmopolita e prospero, la scherma occupava un posto d’onore. Era la disciplina della nobiltà e della borghesia mitteleuropea, legata al codice cavalleresco e alla cultura del duello, ma anche palestra di eleganza, disciplina e controllo di sé. Le sale d’armi erano luoghi di incontro sociale, oltre che sportivo, e il territorio giuliano, ponte naturale tra il mondo italiano e quello austriaco, ne divenne uno dei centri più vivaci.
Luigi Barbasetti, il maestro che portò la scherma italiana a Vienna
Se una figura riassume la grandezza di questa tradizione, è quella di Luigi Barbasetti. Nato a Cividale del Friuli nel 1859 e allievo dell’illustre maestro Giuseppe Radaelli, Barbasetti si formò alla Scuola Magistrale Militare di scherma di Roma, dove si diplomò nel 1884, per poi passare rapidamente dall’altra parte della cattedra come insegnante.
Fu Trieste a segnare la svolta della sua carriera. Invitato in città dal conte Francesco Sordina in occasione di un torneo nel 1894, Barbasetti divenne istruttore presso la società schermistica cittadina, mettendosi in luce nelle competizioni più prestigiose del tempo. Proprio a Trieste, cuore della vita mondana e sportiva dell’Impero, la sua fama attirò l’attenzione dell’alta società austro-ungarica, che lo convinse a portare il proprio metodo nella capitale.
Il resto è storia della scherma europea. Trasferitosi a Vienna, Barbasetti vi fondò nel 1895 l’Union-Fechtclub e, nel 1904, l’Akademie der Fechtkunst Österreichs, l’accademia che divenne il riferimento formativo di tutta l’area di lingua tedesca. Specialista della sciabola, un’arma di cui abbiamo raccontato il carattere esplosivo nell’articolo dedicato alle parate e risposte, diffuse il metodo italiano in tutta l’Austria e in tutta l’Ungheria, al punto che gran parte della celebre forza della scuola di sciabola ungherese, ancora oggi tra le più forti del mondo, si deve proprio alla sua eredità. I suoi trattati su fioretto, sciabola e spada furono tradotti in numerose lingue, dalla Russia agli Stati Uniti, e continuarono a essere ristampati per tutto il Novecento. Un maestro friulano, passato per le sale di Trieste, aveva plasmato la scherma di mezza Europa.

Quando la scherma incontrò l’arte
La statura di Barbasetti è testimoniata anche da un episodio che intreccia sport e cultura, e che lega ancora di più la sua figura a Trieste. Il pittore triestino Arturo Rietti, egli stesso valente schermidore, lo ritrasse nel 1896 in un raffinato pastello. Quell’opera è oggi conservata al Museo Revoltella di Trieste, che accoglie un cospicuo nucleo di lavori di Rietti dedicati proprio alla scherma.
È un dettaglio che dice molto: la scherma, in questa città, non era soltanto pratica sportiva, ma soggetto degno dell’arte, elemento di prestigio culturale, parte dell’immaginario cittadino. Chi visita oggi quelle sale museali cammina, senza saperlo, dentro la memoria schermistica del territorio.
Gorizia e la tradizione ginnica di frontiera
Anche Gorizia vanta radici sportive antiche e profonde. Il riferimento storico è l’Unione Ginnastica Goriziana, società polisportiva costituita nel 1868 e attiva nel corso del tempo in numerose discipline, tra cui la scherma, e insignita dal Comitato Olimpico delle massime onorificenze sportive. Una longevità rara, che testimonia quanto la cultura dell’esercizio fisico e della disciplina sia radicata nel tessuto cittadino.
A Gorizia, inoltre, la scherma assume una sfumatura particolare, che riflette l’anima stessa della città: un luogo di confine dove convivono da secoli l’identità italiana, quella slovena, quella friulana e quella tedesca. In una terra che ha fatto dell’incontro tra culture la propria cifra, la scherma diventa metafora perfetta: un dialogo fatto di rispetto reciproco, di regole condivise e di confronto leale, gli stessi valori che ancora oggi animano la sala d’armi.
Scherma: dalla tradizione al presente
Questa lunga eredità non si è mai interrotta. Attraverso le trasformazioni del Novecento, dalle due guerre mondiali ai profondi mutamenti dei confini, la passione schermistica è sopravvissuta e si è rinnovata, tramandata da maestri ad allievi lungo generazioni. Le società storiche e le realtà nate in tempi più recenti hanno mantenuto viva una fiamma accesa oltre un secolo fa, custodendo un patrimonio tecnico e umano di straordinario valore.
È in questo solco che si inserisce, oggi, il lavoro di chi insegna scherma sul territorio. Comprendere le tre armi e la loro logica, come raccontiamo nella guida alle differenze tra fioretto, sciabola e spada, significa raccogliere e portare avanti un’arte antica, adattandola ai nostri tempi senza tradirne lo spirito.
È con la consapevolezza di questa eredità che operiamo in Fratelli d’Armi: insegnare scherma a Trieste e a Gorizia non è, per noi, aprire semplicemente un corso sportivo: è raccogliere il testimone di una tradizione che ha attraversato l’Europa, riportandola alla sua funzione più autentica, quella di formare non solo atleti, ma persone. I valori del rispetto, della lealtà e della disciplina che coltiviamo nelle nostre sale sono gli stessi che, oltre un secolo fa, animavano le pedane di questa terra.
Chi varca oggi la soglia delle nostre sale entra, senza retorica, in questa storia. E ne diventa, a suo modo, l’ultimo capitolo.




