Dai duelli di Lady Oscar e Il Tulipano Nero alla pedana, passando per anni di allenamenti, gare, insegnamento e incontri con generazioni di schermidori. La storia di Sara Terzani è quella di una passione nata quasi per gioco e diventata, nel tempo, una parte profonda della sua vita.
Istruttrice tecnico di 2° livello della scuola Fratelli d’Armi di Trieste, Terzani si racconta ripercorrendo il suo ingresso nella scherma, il passaggio attraverso le tre armi, la scoperta della sciabola e, soprattutto, sviscerando il significato del verbo insegnare, in cui entrano in gioco tecnica e disciplina, ma anche ascolto, errori, emozioni e relazioni. Perché dietro ogni atleta c’è una persona da accompagnare nella propria crescita.
Come è nata la tua passione per la scherma? C’è un momento preciso in cui ha capito che sarebbe diventata parte importante della tua vita?
La mia passione per la scherma è nata guardando i cartoni animati di Lady Oscar e il Tulipano nero, cult della mia generazione. Mi affascinavano quei movimenti fluidi ma decisi, la lotta contro l’ingiustizia e, in alcuni casi, il travestimento che permetteva ai personaggi di diventare qualcun altro. Anche nella scherma accade qualcosa di simile, appena indossi la maschera: ti concentri e in quel momento esisti solo tu e il tuo avversario.
La scherma mi è entrata nel corpo e nella mente poco alla volta. Ho iniziato a praticarla a 8 anni insieme a mia sorella e da allora, anche attraversando periodi diversi della mia vita, è sempre rimasta con me. Poi, a 18 anni, decisi di fare l’esame per diventare istruttore nazionale a Napoli, e forse è questo il momento in cui posso dire di aver capito che la scherma sarebbe diventata una parte importante della mia vita. Ma da sempre, come dicono i miei amici, quando parlo di scherma mi si illuminano gli occhi.
Qual è stato il tuo percorso da atleta prima di diventare istruttrice? Quali armi hai praticato e quale senti più tua?
All’epoca si cominciava a tirare con il fioretto e, intorno ai 13-14 anni, si poteva scegliere se continuare con la stessa arma o passare alla spada, mentre la sciabola non era contemplata nel panorama schermistico femminile.
Le gare erano molto frequenti, quasi ogni fine settimana, la maggior parte in regione, mentre per le competizioni più importanti si viaggiava in tutta Italia. Per me, però, gareggiare è sempre stato difficile: vivo male la tensione della competizione e ancora oggi, quando partecipo alle gare master, faccio fatica a liberarmi dall’ansia.
Il percorso sportivo molte volte non è fondamentale per fare l’istruttore, saper fare non vuol dire saper insegnare, ma comunque nella mia carriera ho conquistato tante coppe e medaglie.
Nel corso degli anni sono passata dal fioretto alla spada e da circa 15 anni mi dedico alla sciabola. Sono tre armi molto diverse anche dal punto di vista tattico e mentale. Fiorettisti e sciabolatori hanno tempi di reazione e decisione molto rapidi, mentre nella spada hai più tempo per studiare l’avversario e costruire tatticamente l’azione.
Oggi l’arma che sento più mia è la sciabola, fonte di adrenalina pura. Anche se, con le nuove regole dell’arbitraggio, credo che il divertimento stia un po’ diminuendo.
Da quanti anni insegni e quanti allievi hai accompagnato in questo tempo?
Tra i periodi dedicati alla maternità e quelli di pausa, a conti fatti insegno da circa vent’anni, alternandomi tra sale scherma, scuole elementari e scuole superiori. Il numero degli allievi che ho formato o accompagnato non è quantificabile, perché le classi sono state davvero molte. È sempre enorme la soddisfazione di incontrare atleti che ho formato da piccolissimi e che oggi, diventati master, continuano a chiamarmi “maestra” e a presentarmi come la loro prima insegnante.
Negli anni ho imparato che alle gare non si accompagnano solo i propri allievi ma anche amici e schermitori che mi chiedono un supporto durante il loro assalto, ascoltando e seguendo i miei consigli. Per me, infatti, il verbo accompagnare significa più che seguire i propri allievi.
Che cosa significa, concretamente, essere “istruttrice tecnico di secondo livello”? Che percorso ha richiesto questa qualifica e cosa la distingue?
Ho conseguito il diploma di istruttore nel 1993, sostenendo l’esame presso l’Accademia Nazionale di Scherma a Napoli. L’esame abilitava all’insegnamento di tutte e tre armi, anche se all’epoca la sciabola femminile era una disciplina che non esisteva. Mi sono preparata con il mio maestro di sala che ancora oggi segue i miei allenamenti. Ho iniziato osservando e ho continuato provando e studiando. La difficoltà maggiore è stata proprio imparare a maneggiare la sciabola per poterla insegnare, dal momento che, essendo allora un’arma esclusivamente maschile, non avevo la possibilità di praticarla in prima persona.
Rispetto ad allora è cambiato soprattutto il percorso di formazione. Dai soli istruttore e maestro nazionali – ruoli che non considero uno superiore all’altro, quanto piuttosto ruoli diversi e complementari – si è passati ad alcune qualifiche intermedie per arrivare al mio livello.
Insegnare scherma è anche una questione di responsabilità verso l’allievo: come hai imparato a gestirla?
Ogni allievo ha necessità, difficoltà e capacità differenti. Con il tempo ho imparato ad ascoltare, oltre alle parole, anche il linguaggio del corpo, perché spesso, soprattutto i bambini ma anche gli adulti, non riescono ad esprimere verbalmente un disagio o una paura.
Chi insegna si trova inevitabilmente ad avere delle responsabilità nei confronti dei propri allievi. Cerco quindi di propormi in maniera semplice e curiosa, dando loro stimoli che possano aiutarli ad imparare anche attraverso gli errori. Non esiste un manuale che insegni a gestire tutte le responsabilità di una sala. Si impara attraverso l’esperienza, lo studio, l’istinto e anche grazie agli sbagli ed ai riscontri, positivi e negativi. Tutto questo, nel tempo, costruisce il bagaglio di un insegnante.
Qual è la lezione più importante che hai imparato dai tuoi allievi, e non viceversa?
Gli allievi sono una fonte continua di insegnamenti e di emozioni. Possono darti moltissimo e, in alcuni momenti, anche assorbire tutte le tue energie. Ricordo con particolare emozione una gara durante la quale seguivo alcuni atleti che conoscevo ancora poco, perché ero appena arrivata in quella sala. Una ragazza mi disse, senza giri di parole, che non le piaceva essere seguita da me proprio perché ci eravamo viste poche volte in sala. Quella sincerità mi ha fatto capire quanto sia importante esprimere i propri problemi e le proprie difficoltà, visto che non possiamo dare per scontato che la persona che abbiamo davanti sappia ciò che stiamo pensando o provando.
Quell’assenza di filtri emotivi ci ha permesso di riuscire a trovare un equilibrio fuori e dentro la pedana. Da quell’episodio, cerco sempre di chiedere ai miei allievi di condividere, se ci sono, dubbio o problemi rispetto a ciò che abbiamo fatto, ma anche semplicemente come sia andata la loro giornata, perché ciò che accade fuori dalla palestra, inevitabilmente, può influire sul lavoro in sala.
Se dovessi descrivere il suo approccio all’insegnamento in poche parole, quali useresti?
Direi semplice, attento e adattabile. Cerco di rielaborare il mio modo di insegnare in funzione dell’allievo che ho davanti, tenendo conto dell’età, delle conoscenze, delle difficoltà e del vissuto di ciascun atleta.
Che cosa distingue, secondo te, un allievo che semplicemente impara da uno che cresce davvero?
L’allievo che impara conosce la tecnica e sa applicarla. L’atleta che cresce davvero, invece, non si limita ad eseguirla, ma la assimila, la fa propria e impara a gestirla autonomamente in pedana. A fare la differenza è anche la volontà di continuare ad imparare e a migliorarsi. La crescita comincia quando ciò che stato insegnato diventa uno strumento personale dell’atleta.
Che cosa cambia, nel metodo, quando ci si rivolge ai più piccoli?
I bambini, si sa, sono come delle spugne, hanno una gran voglia di imparare e di mettere immediatamente in pratica ciò che apprendono. Soprattutto nel primo periodo, credo sia importante presentare la scherma come un gioco e un divertimento, inserendo gradualmente momenti che richiedono maggiore concentrazione e impegno. Il metodo deve, quindi, adattarsi alla loro età e permettere loro di imparare senza perdere il piacere di stare in pedana.
Che cosa diresti a un genitore indeciso se la scherma sia lo sport giusto per il proprio figlio?
Prima di tutto lo inviterei a guardare suo figlio. Se è affascinato dai duelli e dalle armi bianche, se gli piace uno sport individuale che allo stesso tempo gli permetta di sentirsi parte di una squadra, vale sicuramente la pena fargli provare la scherma. È importante, però, che un genitore sappia anche che, se il bambino decide di praticarla a livello agonistico, ci vorranno costanza e disponibilità: bisogna accompagnarlo agli allenamenti e alle gare, spesso anche fuori regione, e sostenere i costi dell’attrezzatura, della palestra, delle trasferte e degli alberghi.
Per decidere se la scherma sia lo sport giusto, quindi, credo sia importante capire le vere inclinazioni del bambino e se la famiglia sia disponibile ad accompagnarlo nel percorso che sceglierà.
Quali soddisfazioni, secondo la tua esperienza, scoprono gli adulti che iniziano a tirare?
Molti adulti che arrivano in palestra, desideravano fare scherma fin da piccoli ma non ne avevano avuto la possibilità. Magari perché i genitori erano troppo protettivi, perché la palestra era troppo lontana da casa oppure perché lo studio scolastico aveva avuto la precedenza. Quando, finalmente, iniziano, lo fanno con lo stesso entusiasmo dei bambini. La soddisfazione più bella è scoprire che l’età non impedisce loro di imparare, tirare, divertirsi e, perché no, anche vincere.
Come sta cambiando il modo di insegnare la scherma rispetto a quando hai iniziato?
Il modo di insegnare cambia a seconda delle età degli allievi, alle generazioni e alle nuove tecnologie. Quando ho iniziato, tutti partivano con il fioretto e soltanto intorno ai 13 anni si poteva scegliere se continuare oppure cambiare arma. La sciabola femminile, come ho già detto, non esisteva e non era ancora elettrica. Oggi, invece, si può iniziare direttamente con l’arma che si preferisce, senza distinzione di genere.
È cambiato anche il livello tecnico, visto che oggi la preparazione tecnica comincia molto prima e l’allenamento è diventato più intenso. Ma a cambiare sono state anche le famiglie e le aspettative degli allievi, e questo richiede agli insegnanti di adattare continuamente il proprio modo di comunicare e di lavorare, senza però rinunciare all’impegno e al rispetto necessari in palestra.
Quali competenze servirà sviluppare nei prossimi anni per formare gli schermidori del futuro?
La scherma continua ad evolversi insieme ai metodi di insegnamento ed alle regole dell’arbitraggio, dunque è difficile fare questa previsione. Credo, però, che la capacità dell’insegnante di aggiornarsi sarà una competenza immortale. Solamente apprendendo, comprendendo e facendo proprie le nuove tecniche sarà possibile trasmetterle agli atleti senza rimanere ancorati al modo in cui si insegnava in passato.
C’è un valore “antico” della scherma che, qualunque cosa accada, secondo te non dovrà mai andare perduto?
Io preferisco definire la scherma una disciplina piuttosto che semplicemente uno sport. Mi piace proprio per quel suo sapore di antico e cavalleresco, con il rispetto dell’avversario che porta con sé. Prima e dopo l’assalto ci si saluta e alla fine, che si vinca o si perda, si dà la mano all’avversario e lo si ringrazia. È questo, per me, uno dei suoi valori più antichi e insieme più attuali, che spero non vada mai perduto: il rispetto per chi abbiamo di fronte.
Che cosa diresti a una persona che ha sempre desiderato provare la scherma ma non ha mai trovato il coraggio di iniziare?
Le direi semplicemente “Perché no? Qual è il motivo per cui hai sempre desiderato farlo e non hai mai cominciato?”. La scherma può essere iniziata a qualsiasi età, naturalmente adattando l’attività alle proprie condizioni fisiche. Se si ha il desiderio, non si è mai “troppo grandi”, non è mai “troppo tardi”. Basta semplicemente provare.
Sara Terzani ha raccontato una scherma che va oltre la tecnica e il risultato. Una scherma che è disciplina, crescita, ascolto e rispetto dell’avversario, mossa da un valore antico che continua a vivere sulla pedana e accompagnare ogni schermidore, dentro e fuori dalla sala.




