C’è un gesto, all’inizio di ogni assalto, che racchiude lo spirito più profondo di questo sport: lo schermidore indossa la maschera. In quell’istante il suo volto scompare, e con esso l’età, il sesso, l’aspetto, lo status sociale e persino l’espressione. Sulla pedana restano due figure vestite di bianco, identiche nell’aspetto, che saranno giudicate per una cosa soltanto: ciò che sanno fare con la lama. La scherma è, per sua stessa natura, uno degli sport più egualitari che esistano, un luogo in cui le differenze che fuori pesano tanto, dentro la sala, semplicemente, si dissolvono.
Ma questa uguaglianza non è solo un’immagine suggestiva: è un principio scritto nelle regole, nell’attrezzatura, nella storia e nei riti della scherma.
L’uguaglianza scritta nelle regole della scherma
La prima forma di uguaglianza nella scherma è, letteralmente, codificata. La divisa bianca che rende tutti simili, risponde a standard di sicurezza identici per ogni atleta, stabiliti dalla Federazione Internazionale e certificati attraverso una rigorosa procedura di omologazione. Giubba e pantaloni devono garantire una resistenza di 800 newton (la maschera addirittura di 1600), e ogni capo porta un marchio di qualità che ne attesta la conformità. Non esistono divise “migliori” riservate ad alcuni: la protezione, e con essa la dignità dell’atleta, è la stessa per tutti.
È interessante notare come questa uguaglianza sappia anche adattarsi: per i più piccoli, che sviluppano una forza minore, è prevista una divisa con resistenza di 350 newton, calibrata sulle loro caratteristiche, un tema che abbiamo approfondito parlando dell’abbigliamento schermistico per i bambini. La sicurezza, insomma, è garantita a ciascuno nella misura giusta.
A completare questo quadro c’è un’altra grande conquista di equità: il segnalatore elettrico. Prima della sua introduzione, la validità di una stoccata dipendeva dall’occhio umano e dal giudizio, a volte discutibile, degli arbitri. Oggi un apparecchio registra il colpo in modo oggettivo e impersonale, uguale per entrambi i contendenti. Stessa pedana, stesse misure, stesse regole, stesso giudizio imparziale: una vera uguaglianza davanti alla “legge” della competizione.
Uomini e donne sullo stesso piano in sala scherma
Poche discipline sportive realizzano la parità tra i sessi con la naturalezza della scherma. In sala, uomini e donne si allenano insieme, condividono lo stesso maestro, gli stessi esercizi e gli stessi assalti. E in allenamento, una donna può battere un uomo con assoluta regolarità, perché a decidere non sono la forza o la stazza, ma il tempo, la tecnica e l’intelligenza tattica.
Ma non è sempre stato così, ed è proprio la storia a rendere questa conquista preziosa: il percorso delle donne verso la piena parità olimpica è stato lungo: il fioretto femminile debuttò ai Giochi nel 1924, la spada solo nel 1996, e la sciabola dovette attendere addirittura il 2004. Un cammino che anche la nostra istruttrice Sara Terzani conosce in prima persona, avendo iniziato a tirare quando la sciabola femminile, oggi la sua arma, semplicemente non esisteva come disciplina. La sua parabola, dal fioretto alla sciabola, racconta meglio di ogni statistica quanto la scherma abbia saputo progressivamente aprirsi, fino a rendere le armi patrimonio di tutti senza distinzione di genere.
Scherma senza categorie di peso né limiti di età
C’è poi un aspetto tecnico che distingue la scherma dalla quasi totalità degli sport da combattimento: l’assenza di categorie di peso. Nel pugilato, nel judo o nella lotta, gli atleti vengono suddivisi per stazza, perché la massa corporea costituisce un vantaggio decisivo. Nella scherma no: un atleta esile può affrontare, e battere, uno molto più robusto, perché la lama annulla la differenza di forza e premia la rapidità, la precisione e la lettura dell’avversario. È una forma di uguaglianza radicale, in cui ciò che conta è la mente prima del corpo.
Lo stesso vale per l’età: nella sala d’armi convivono bambini, adolescenti, adulti e master, nello stesso spazio e con lo stesso rispetto, e le competizioni dedicate alle varie fasce consentono di gareggiare per tutta la vita. Un adulto che inizia da zero e un bambino alle prime armi partono, in fondo, dalla stessa linea, perché nella scherma, come abbiamo raccontato, non è mai troppo tardi per cominciare e ogni età ha il suo modo di entrare in pedana.
Il rito del rispetto nella scherma
L’uguaglianza nella scherma non è soltanto una questione di regole e di numeri: è un valore etico, custodito in gesti antichi che si ripetono a ogni assalto. Prima di incrociare le lame, i due contendenti si salutano; alla fine, qualunque sia il risultato, si stringono la mano e si ringraziano. Vincitore e vinto, campione e principiante, compiono lo stesso rito, che li pone l’uno di fronte all’altro su un piano di pari dignità.
È quello che tramanda il sapore “antico e cavalleresco” della scherma, il rispetto per chi si ha di fronte come uno dei suoi valori più profondi e insieme più attuali. Non è un caso che proprio il rispetto, insieme alla condivisione, all’integrazione e alla lealtà, sia uno dei principi su cui si fonda Fratelli d’Armi: perché una sala in cui tutti sono trattati con uguale considerazione è il terreno su cui l’uguaglianza smette di essere un ideale e diventa pratica quotidiana.
Uguali ma non identici: l’arte del maestro
C’è però una sfumatura che merita di essere chiarita, perché distingue l’uguaglianza autentica da una sua versione superficiale. Essere tutti uguali dietro la maschera non significa che tutti vadano trattati allo stesso modo. Al contrario: il compito di un buon maestro è riconoscere l’unicità di ciascun allievo e adattare a essa il proprio insegnamento.
Un bambino non apprende come un adulto, un timido non ha bisogno degli stessi stimoli di un impulsivo, chi parte da zero richiede un linguaggio diverso da chi ha anni di pedana alle spalle. La vera uguaglianza nell’insegnamento, allora, non consiste nel dare a tutti la stessa cosa, ma nel garantire a ciascuno le stesse opportunità di crescere, offrendogli ciò di cui ha realmente bisogno. È questa la delicata arte che il Maestro Paolo Diana e i tecnici della nostra scuola coltivano ogni giorno: pari dignità e pari possibilità per tutti, nel pieno rispetto delle differenze di ognuno.
Scherma, la disciplina che mette tutti alla pari
In un mondo che continua a misurare le persone attraverso mille categorie, la scherma offre un’esperienza rara: quella di presentarsi in pedana spogliati di ogni etichetta, giudicati soltanto per il proprio impegno e la propria abilità. È una lezione di uguaglianza che va ben oltre lo sport, e che ogni allievo, grande o piccolo, uomo o donna, porta con sé anche fuori dalla sala.
È con questo spirito che, nelle nostre sale di Gorizia e Trieste, accogliamo chiunque voglia avvicinarsi a questa disciplina, nella convinzione che dietro ogni maschera ci sia, prima di tutto, una persona da rispettare e accompagnare. Per scoprirlo di persona, il modo migliore resta sempre lo stesso: indossare per la prima volta quella divisa bianca, con una prima prova gratuita, e sentire cosa significa essere, in pedana, semplicemente uguali agli altri.




