C’è un’immagine che racconta la scherma meglio di mille parole: due persone, una di fronte all’altra, che dialogano attraverso il ferro senza bisogno di dire nulla. In quel dialogo silenzioso, fatto di gesti, tempi e intuizioni, molte delle barriere che altrove sembrano insormontabili semplicemente svaniscono. La scherma è, per sua stessa natura, uno degli sport più inclusivi che esistano, capace di accogliere corpi e sensibilità diverse e di trasformare ciò che il mondo chiama limite in una forma personale di talento.
Non è un caso, e non è retorica: è una vocazione scritta nella storia stessa di questa disciplina e confermata dalle sue espressioni più alte, dalle Paralimpiadi ai Giochi Silenziosi.
Scherma, uno sport nato anche per curare
Per capire la profonda inclusività della scherma, occorre risalire a un’intuizione che affonda le radici nel dolore della storia. Fu il neurologo Ludwig Guttmann, in Inghilterra, a comprendere per primo il potere riabilitativo dello sport per i reduci della Seconda guerra mondiale che avevano riportato gravi lesioni al midollo spinale. Tra le discipline che promosse, la scherma occupò un posto d’onore, e da strumento di terapia divenne rapidamente attività agonistica.
Fu proprio dal movimento avviato da Guttmann che nacquero i Giochi Paralimpici, e la scherma in carrozzina debuttò ufficialmente all’edizione di Roma 1960, con una nutrita rappresentanza di atleti italiani. La scherma, insomma, è stata fin dall’inizio una disciplina capace di ridare movimento, dignità e prospettiva a chi la praticava, un’attività che non chiedeva quali fossero i limiti di una persona, ma quali fossero le sue possibilità.
La scherma in carrozzina
Oggi la scherma paralimpica è una realtà strutturata e affascinante. In Italia è gestita dalla Federazione Italiana Scherma, che dal 2011 l’ha accolta al proprio interno come “quarta arma”, segno di una piena integrazione con il movimento schermistico tradizionale. Le regole ricalcano da vicino quelle della scherma olimpica, e si praticano le stesse tre armi, fioretto, spada e sciabola, ciascuna con la propria logica, come raccontiamo nella guida alle differenze tra le armi.
La differenza principale è tutta nel modo di stare in pedana: le carrozzine vengono fissate a un telaio, poste a una precisa angolazione, e il duello si concentra interamente sulla parte superiore del corpo. Ne nasce una scherma velocissima e tatticamente raffinata, in cui l’assenza dello spostamento dei piedi è compensata da un lavoro straordinario di busto, braccio e lettura dell’avversario. Gli atleti vengono suddivisi in categorie in base alla funzionalità residua, così da garantire assalti equilibrati tra schermidori con analoghe capacità: un principio di equità che è, esso stesso, una forma di rispetto.
Bebe Vio, il volto dell’inclusione
Nessuno ha incarnato questa dimensione della scherma più di Beatrice “Bebe” Vio. Colpita da bambina da una meningite fulminante che le è costata l’amputazione degli arti, la schermitrice veneziana non solo è tornata in pedana, ma è diventata la prima atleta al mondo a gareggiare con protesi a tutti e quattro gli arti, conquistando l’oro nel fioretto alle Paralimpiadi di Rio 2016 e di Tokyo 2020.
Al di là dei successi sportivi, Bebe Vio è diventata un simbolo globale di ciò che lo sport può fare per l’inclusione: la dimostrazione vivente che la scherma non guarda a ciò che manca, ma a ciò che una persona sceglie di costruire. La sua storia ha avvicinato migliaia di giovani a questa disciplina, molti dei quali con disabilità, mostrando che la pedana è uno spazio in cui contano la volontà e l’intelligenza tattica prima ancora del corpo.
Quando lo sport si fa silenzio
Esiste poi un capitolo meno noto e altrettanto interessante, quello della scherma praticata dagli atleti sordi. Qui la vicenda assume una sfumatura sorprendente: le persone sorde, infatti, non gareggiano alle Paralimpiadi, e per una precisa scelta: la comunità dei sordi, attraverso i propri organismi internazionali, non si riconosce come gruppo di disabili sul piano fisico, ma come una minoranza culturale e linguistica, con una propria lingua e una propria identità.
Per questo esistono le Deaflympics, i Giochi Silenziosi, nati a Parigi nel 1924 come International Silent Games: furono il primo grande evento sportivo internazionale dedicato ad atleti con disabilità, anticipando di decenni le stesse Paralimpiadi. In queste competizioni le regole sono identiche a quelle degli udenti, e l’unico adattamento consiste nel rendere visivi i segnali sonori, sostituiti da luci e segnalazioni.
Ed è qui che la scherma rivela una particolare affinità. È una disciplina profondamente visiva e tattile, costruita sul dialogo delle lame e sulla lettura del corpo dell’avversario più che sul suono. Chi vive lo sport nel silenzio non si trova affatto svantaggiato: la concentrazione, l’attenzione allo sguardo e al gesto, la sensibilità nel percepire l’intenzione dell’altro attraverso il ferro, sono qualità che la sordità, lungi dal penalizzare, può addirittura affinare.
L’inclusione comincia in sala scherma
Se le Paralimpiadi e le Deaflympics rappresentano il vertice di questo percorso, la vera inclusione si gioca ogni giorno, molto prima delle grandi competizioni, nelle sale d’armi dove un allievo muove i suoi primi passi. È lì che un ambiente accogliente fa la differenza, ed è lì che si misura la sensibilità di una scuola. Perché ogni allievo, in fondo, arriva in pedana con la propria unicità: chi è più timido e chi più impulsivo, chi apprende in fretta e chi ha bisogno di più tempo, chi porta con sé una caratteristica particolare, fisica o caratteriale. Il compito di un buon maestro è riconoscere questa unicità e valorizzarla, adattando il proprio linguaggio a chi ha di fronte, esattamente come avviene lungo tutte le fasi della crescita di cui abbiamo parlato a proposito di quando iniziare a fare scherma. È una sensibilità che, in Fratelli d’Armi, il Maestro Paolo Diana e i tecnici della scuola pongono al centro del proprio lavoro, nella convinzione che la pedana debba essere uno spazio aperto a tutti, in cui nessuno si senta fuori posto.
Scherma, una disciplina che accoglie
La scherma, del resto, porta scritta nel proprio codice l’idea che il valore di una persona non si misura dai suoi limiti, ma dal modo in cui li affronta. Rispetto dell’avversario, lealtà, disciplina e capacità di trasformare le difficoltà in occasioni di crescita sono i suoi insegnamenti più profondi, gli stessi che rendono questo sport un’esperienza formativa prima ancora che agonistica.
È in questo spirito che, nelle nostre sale di Gorizia e Trieste, l’accoglienza e l’integrazione non sono parole di circostanza, ma il fondamento di un modo di intendere lo sport: un luogo in cui ogni allievo, con la propria storia e le proprie caratteristiche, possa trovare il proprio posto e la propria misura. Perché la scherma più bella è quella che non lascia indietro nessuno. E per scoprirla, il modo migliore resta sempre lo stesso: varcare la soglia della sala e provare, con una prima lezione gratuita, l’emozione di impugnare un’arma.




